La notizia è partita come una voce insistente e si è confermata man mano che la giornata avanzava: il 17 luglio 2014 resterà la data della scomparsa dell’immenso bluesman John Dawson Winter III, alias Johnny Winter. Nato davvero in inverno – come lasciava immaginare la sua chioma bianca come la neve – se ne va d’estate, dopo aver festeggiato i suoi 70 anni. Se questo potrà essere l’occasione per alcuni di scoprire la sua opera appassionante, allora non avremo perso tutto.
dal vivo con Jimi Hendrix al basso!
Chiamarsi “John Winter” quando si è albini, non è da tutti! Ma il texano Winter, in ogni caso, non ha mai fatto nulla come gli altri. Negli anni ’60, mentre tutta l’America guarda al psichedelico e alla pop britannica, lui arriva con il suo blues senza tempo e riprende B.B. King. Suona in trio, ringhia e urla quando canta e il suo tocco chitarristico è fulmineo. Fin dall’inizio, Winter rappresenta la sintesi perfetta tra il buon gusto e la finezza del blues tradizionale, l’eccitazione del rock dei Rolling Stones e la tecnica di virtuosi come Alvin Lee dei Ten Years After. Ha inoltre un suono più tagliente rispetto alla norma dell’epoca: dove tutti suonavano su Les Paul, lui scelse la Firebird, un modello allora poco popolare e ormai per sempre associato a Winter (al punto che Gibson gli ha dedicato un modello signature). Per spingersi ancora oltre nell’anticonformismo, suona con un plettro da pollice invece del plettro tradizionale. Ma l’arma segreta di Johnny è soprattutto il suo incredibile slide al bottleneck. Suona molto più “selvaggio” di Duane Allman, fino a ricordare i pionieri del Delta blues più rurale come Son House, il tutto trasposto sull’elettrica. Suona anche in acustico, e queste rare incursioni sono tra i gioielli della sua discografia, a cominciare da “Dallas” sul primo album eponimo (1969), eseguita da solo su un dobro.
Johnny Winter
Nell’estate del ’69, Winter fa sensazione al festival di Woodstock, mettendo tutti d’accordo con una versione di 10 minuti della sua “Mean Town Blues”, con epico assolo di slide su Fender XII (una 12 corde elettrica che non ebbe mai grande successo, su cui Winter montava solo 6 corde) accordata in open di Sol. A fine anno entra in formazione un quarto membro alle tastiere, suo fratello (anch’egli albino) Edgar Winter, che si farà conoscere anche in solo con il singolo strumentale “Frankenstein” (1973). L’album Second Winter è più prodotto e meno grezzo. Nel 1970, Winter sostituisce le tastiere con una seconda chitarra, e non una qualunque: l’ex The McCoys Rick Derringer, uno dei pochi in grado di suonare con il maestro senza sfigurare. Il loro primo album insieme si chiama Johnny Winter And, che sarà anche – per poco – il nome del gruppo (un altro modo per non fare come tutti), in particolare per lo strepitoso live del 1971. Questo live e i tre album in studio successivi (Still Alive And Well, Saints And Sinners, John Dawson Winter III) rappresentano insieme il vertice artistico e commerciale di Johnny Winter. Il suo playing è imbattibile e l’energia che sprigiona è una vera tempesta. Dal vivo riprende “Jumpin’ Jack Flash” degli Stones e la trasforma quasi in un brano punk.

Firebird per Winter, Telecaster per Muddy Waters.
L’inverno e le acque fangose
Nel 1976, l’album Captured Live mostra bene che Winter avrebbe potuto prendere una brutta piega: il suo phaser MXR Phase 90 è inserito per tutto il concerto, al punto che il suo playing abbagliante finisce per dare il mal di mare. Si è lasciato tentare dalle sirene della tecnologia, e lo si potrebbe immaginare pubblicare negli anni ’80 dischi iper-prodotti pieni di sintetizzatori, se non fosse per un incontro che gli cambiò la vita. Nel 1977 conosce Muddy Waters. Il cantante/chitarrista, grande maestro del Chicago Blues ma in fase calante, ottiene grazie a Winter un contratto con la sua etichetta. Insieme realizzano tre album, registrati “all’antica” (tutti i musicisti nella stessa stanza), con un’energia e un feeling travolgenti. Il pubblico non sbaglia: Muddy Waters torna la star che era. Hard Again, Muddy “Mississippi” Waters Live e I’m Ready vincono ciascuno un Grammy Award. Waters muore nel 1983, ma la sua impronta sulle scelte artistiche di Winter resterà per sempre. Sempre nel 1977 esce Nothin’ But The Blues, in copertina con un dobro, che – come suggerisce il titolo – non contiene altro che blues. I dischi seguenti saranno più dimenticabili, ma lui non si allontanerà mai dal blues.
Postumo
Nel 2004, I’m A Bluesman è il disco del ritorno. Winter ricorda a tutti i fan del blues rock chi è il capo, mentre la sua agenda di concerti resta fittissima. Suonerà senza sosta fino alla fine, tanto che aveva già tre date fissate in Francia a fine novembre. Progressivamente, la salute peggiora, e sebbene dia sempre il massimo sul palco è fisicamente provato. Suona seduto e scompare quasi del tutto dietro la sua Firebird. Il suo ultimo album pubblicato in vita, Roots, lo vede affrontare standard del blues in compagnia di ospiti da lui profondamente influenzati come Warren Haynes o Derek Trucks. La stessa ricetta era prevista per Step Back, la cui uscita era annunciata per settembre con la partecipazione di Eric Clapton, Billy Gibbons, Ben Harper, Joe Perry, Leslie West, Brian Setzer e Joe Bonamassa. Sarà con ogni probabilità il suo primo album postumo: speriamo non ce ne siano troppi. Visto il numero di registrazioni pirata in circolazione, il rischio è alto. Nel frattempo, non resta che tornare a Johnny Winter And: la musica, da sola, basta e avanza.


